Case napoletane

Chiara Ingrosso
Dipartimento di Architettura e Disegno Industriale “Luigi Vanvitelli” – SUN

Una storia dell’abitazione moderna che ripercorra alcuni dei migliori esempi realizzati nell’area napoletana alla ricerca delle sue caratteristiche peculiari potrebbe avere inizio dalla metà degli anni Trenta, quando Luigi Cosenza e Bernard Rudofsky realizzano sul basamento tufaceo alle pendici della collina di Posillipo la famosissima Villa Oro. Fu allora che si incominciò a delineare chiaramente la via napoletana di un razionalismo mediterraneo inspirato alla purezza e all’essenzialità delle costruzioni spontanee del Mediterraneo. Allora, da parte di critici e architetti, proprio nelle architecture whitout architects1 della costa napoletana si scorse un’applicazione ante litteram dei principi del razionalismo d’avanguardia e un modello da reinterpretare attraverso il progetto per voltare pagina con gli stili del passato2 . Le architetture spontanee di questa regione del Mediterraneo, dagli intonaci bianchi e dalle forme cubiche, sono caratterizzate dall’assenza di decorazione e di stili. La loro conformazione deriva dalla fusione della matrice classica della domus romana, e quindi pompeiana, con quella araba e bizantina, a partire dai vincoli che impongono l’uso e soprattutto le condizioni naturali. La natura nell’architettura napoletana ha sempre assunto un ruolo predominante. Come afferma Franco Purini, essa è così forte da aver costretto da sempre l’architettura ad esprimersi attraverso un registro attenuato3.
Un siffatto razionalismo ispirato alle architetture minime del Mediterraneo fu applicato laddove si riuscì proprio a sfruttare ad interpretare le caratteristiche naturali per realizzare architetture dal linguaggio moderno. Come, appunto, Villa Oro (1934-1937)4 , la cui specificità risiede proprio nel modo in cui abita il contesto, plasmandolo in chiave architettonica. Non solamente quindi integrazione nel paesaggio, ma paesaggio che si fa abitato. Se si pensa al modo in cui la villa non solo si appoggia sulla roccia, ma la scava, ricavandovi terrazze e ambienti ipogei, oppure agli scorci che si aprono dalle stanze sul golfo (che a Napoli occupa la privilegiata posizione cardinale di mezzogiorno). Sempre del 1937 è il progetto della villa a Positano, ancora a firma Cosenza-Rudofsky, mentre di un anno successivo è il progetto per l’Albergo ad Anacapri esito del sodalizio progettuale tra Rudofsky e Giò Ponti. A tutte queste opere, realizzate in un brevissimo arco temporale, andrebbero aggiunte molte altre, tra cui la Casa Malaparte di Adalberto Libera (1938), le due successive ville di Luigi Cosenza a
Posillipo5 , nonché villa Piscitelli di Giulio de Luca (1941) e le case ideali dello stesso De Luca e di Carlo Cocchia (1942)6 . In esse si esprime al meglio la ricerca architettonica sulla residenza napoletana moderna in cui il cielo, il sole, il mare e la terra diventano veri e propri materiali del progetto. Le modalità insediative sono tutte caratterizzate dalle condizioni naturali e paesaggistiche, con una relazione strettissima tra interno ed esterno per cui l’esterno entra e partecipa con l’interno. Fondamentale importanza assume il rapporto con il suolo e spesso l’attacco a terra avviene sfruttando i dislivelli, di modo che il programma funzionale si svolga in verticale. Ricorrenti sono i patii, le terrazze giardino, i balconi e le finestre, che forano i prospetti per aprire viste sul paesaggio e gli ambienti interni vengono disposti proprio a seconda della panoramicità: i soggiorni e la zona giorno direttamente a traguardare il mare, gli ambienti di servizio sul retro.
La forte luce del sole permette giochi di rifrazione anche mediante l’uso di colori accesi, impiegati per le facciate o negli interni, e mediante l’impiego di maioliche policrome.

web

D. Pacanowski, Edificio per abitazioni a Via Petrarca, Napoli (1953-55).

web2

F. Di Salvo, V. Amicarelli, Edificio per abitazioni a Via Manzoni, Napoli (1948-54).

Gli anni Cinquanta e Sessanta, che coincisero con la ricostruzione e quindi con il boom edilizio, non furono caratterizzati solamente da architetture di scarsa qualità, frutto della speculazione dei costruttori e del malaffare politico. Né solo l’architettura pubblica delle case popolari fu innovativa. Esistono, infatti, esempi di case private in cui la declinazione in chiave progettuale delle caratteristiche naturali e paesaggiste produsse effetti straordinari. Uno di questi è Villa Crespi di Davide Pakanovsky (1952-55)7 che, come Villa Oro, è composta di volumi e terrazze incastrate e sospese su di un basamento roccioso che all’uopo viene scavato e modellato. Gli enormi sbalzi protesi sul porto di Mergellina, che permettono di guadagnare spazi alla residenza, sono risolti con l’innovazione tecnologica che però non è ostentata, essendo tutta la composizione apparentemente spontanea, quasi organica, se non fosse per il linguaggio purista, fatto di elementi che alludono chiaramente alla poetica corbusiana, che svela la natura artificiale del manufatto8 .
In questo periodo i migliori architetti napoletani non si occuparono però solo di abitazioni unifamiliari per i ceti più abbienti, ma anche delle residenze collettive dell’emergente borghesia napoletana. Tra le architetture residenziali private che spiccano per eccellenza in questo panorama vanno menzionate le opere di Michele Capobianco, quali le palazzine al Parco Comola Ricci (1953-55), la palazzina a piazzetta Santo Stefano (1956-58) e il palazzo “Decina” al Parco Grifeo (1956-60)9 , nonché le palazzine del parco Fossataro e in particolare l’edificio Inail in via Manzoni progettato prima da Franz di Salvo (1948) e poi da Vittorio Amicarelli (1952) e l’edificio di via Nevio dello stesso di Salvo (1954) e di Stefania Filo Speziale con Giorgio Di Simone e Carlo Chiurazzi10  (questi ultimi autori anche del Palazzo Della Mortein corso Vittorio Emanuele, 1955)11  o, ancora, le palazzine di via Petrarca di Davide Pakanovsky (1953-55).
Si prenda ad esempio l’edificio di via Manzoni progettato nel suo impianto da di Salvo e completato da Amicarelli, in cui lo schema di pianta “in linea”, dove la maglia dei pilastri divide cinque appartamenti per piano, viene ripetuto a comporre una sorta di macrostruttura di otto piani che si affaccia sul Golfo sfruttando il dislivello della dorsale collinare di via Orazio. I piani si ripetono rigorosamente identici per tutta l’altezza, salvo per la presenza di un piano atrio con pilotis che funge da piano di imposta e spezza il prospetto in due parti, restituendo al colonnato l’intensità di un belvedere compresso tra due solai equivalenti e all’edificio la massa di due corpi sovrapposti trattenuti insieme da giunzioni puntiformi12. Avviene che in questa casa, come in molte altre case moderne napoletane, gli assunti tipologici, normalizzati dalle esigenze della rendita massima dei suoli, descrivono una cartografia densissima dove il dato naturale si svela prezioso come un reperto archeologico13 .Si potrebbero aggiungere molte altre architetture che confermerebbero questa lettura, per cui il campo della sperimentazione della casa moderna napoletana coincide con il contesto naturale e con la morfologia dei luoghi, rendendo la sfida progettuale difficile mai risultati inediti e peculiari, purché essa sia affrontata con cura e sensibilità.